Che cos’è un metaracconto?


È il racconto del dietro le quinte, è lo snodo che permette di rintracciare l’innesco di una modalità descrittiva, che è scaturita dal processo creativo del gruppo di studenti del corso ITS di Digital storytelling, che ha generato determinati obiettivi, tenendo conto non soltanto della scelta del “tema”, del punto di vista, del “taglio” narrativo, della coerenza e dell’identità del progetto, della parola d’ordine come assunto, ma anche del pubblico a cui ci si rivolge e del canale digitale scelto (Instagram) per la diffusione dei contenuti.

Come nasce il processo creativo

Dall’osservazione del lavoro del resto del gruppo, dall’ascolto delle scelte dei miei compagni e dei professori, dalla documentazione immaginativa prodotta, dall’assemblaggio della dimensione creativa collettiva (prima a penna e in seguito su file) che permette di mettere l’identità artistica individuale a servizio del progetto.

Questo perché non vogliamo soltanto raccontare il risultato, ma anche le scelte, perché questo siamo noi: una fucina di idee, di competenze e visioni diverse, accomunati dal pensiero fluttuante della forma esplicitata in ogni sua sfaccettatura, con l’obiettivo di raccontare la realtà che ci circonda in ogni modo possibile: attraverso colori, immagini e parole, simbologie, sensazioni, emozioni, in maniera coordinata e coesa, ma soprattutto, in maniera anticonvenzionale.

Dal brainstorming al progetto | Il processo creativo

È innegabile come per ogni visione fondante ci sia alla base la creatività. Nel nostro caso una creatività collettiva che ha permesso di dare vita a quell’alchimia che accomuna idee, punti di vista e immaginari diversi, elementi che combinati tra loro, hanno trovato il modo di rafforzarsi e ampliarsi fino a divenire progetto. 

Il gruppo di studenti del 2° anno del corso di Digital Storytelling di Lecce, vi racconta il sentiero tracciato dalla creazione. Silent Salento è un progetto che vede embrione dalla volontà di promuovere il territorio servendosi di una lente prospettica inusuale, lontana da qualsiasi concetto di stereotipo, lontana da tutto ciò che è tendenza, credenza o déjà vu. 

Le proposte di ognuno, in un momento in cui “vale tutto” e il “contrario di tutto”, non solo hanno permesso di creare una valanga di idee, ma anche di dare libero sfogo alla propria fantasia. Il brainstorming ci ha permesso di creare senza pregiudizio né limiti, rendendoci alla fine, in grado di fare una cernita delle idee più promettenti, converse in una serie di macro soluzioni dalla tematica diversa.

Inizialmente dei piccoli gruppi hanno lavorato ai possibili sviluppi che ogni tema racchiudeva intrinsecamente in sé, fino a quando, dall’analisi della fattibilità e dalla consultazione con i nostri professori coadiuvanti, siamo giunti alla conclusione che il “Silenzio” fosse il giusto compagno di cammino di un intento, volto a descrivere luoghi e persone che identificano il territorio nella sua veridicità più assoluta.

E così abbiamo iniziato a ragionare su un possibile titolo. La scelta di tali parole ha dato seguito alla creazione di un logo. In un mondo saturo di informazioni, il nostro cervello elabora le immagini più velocemente dei testi. Il simbolo è una firma visiva che lo distingue da altri progetti, e al contempo, gli permette, attraverso la scelta di una palette di colori di riferimento, di indossare la propria identità visiva. Dall’idea astratta del concepimento si è passati alla concretezza della forma, che ha smesso di essere concetto e si è trasformata in realtà.

L’obiettivo iniziale era di condividere il progetto attraverso Instagram, ma in seguito, la scelta dei luoghi e delle persone prese a riferimento, ha fatto sorgere in noi  l’esigenza di raccontare in maniera più esaustiva e ad ampio “respiro”.

Il blog nasce da questa esigenza, e dalla volontà di ospitare un altro modo di fare backstage. Illustrazioni e metaracconti affiancheranno testi, fotografie e video. Ci siamo divisi in gruppi operativi. Ognuno di noi dà il proprio apporto alla collettività, attingendo alle proprie peculiarità. 

Il silenzio vi racconta il territorio

Parola d’ordine: diversificazione. 

Mission:raccontare il territorio in maniera insolita, da un diverso punto di vista, un territorio non più in ostaggio di un turismo di massa, della calca, della filosofia del mordi e fuggi, e persino della canicola estiva. Come intendiamo farlo?

Svelando l’anima nascosta dei luoghi attraverso storie, immagini, dettagli e prospettive inaspettate, cogliendo aliti di vento, lo stormire delle foglie, lo sbattere delle ali delle rondini che migrano, cercando di cogliere le tracce impercettibili del passato che permeano il presente, contrapponendo le energie di un tempo con quelle odierne, e in generale, qualsiasi altro segnale che ci aiuti a promuovere il territorio come esperienza viva e non statica.

Il Silenzio vi racconta il territorio.

Questo è un progetto di un gruppo di studenti del secondo anno del corso di digital storytelling di Lecce, che ha deciso di promuovere il proprio territorio servendosi di una lente prospettica diversa, inusuale, in grado di essere immersiva senza servirsi di ausili tecnologici, una lente che permetta a chiunque osservi, di divenire parte attiva del racconto. E quale lente migliore se non quella che segue le tracce disseminate dal silenzio? Un silenzio assertivo, esente da privazione.  

Se cerchi un tesoro devi cercarlo nei posti meno visibili,
non cercarlo nelle parole della gente, troveresti solo
vento. Cercalo in fondo all’anima di chi sa parlare con
soli silenzi. 

Scriveva così Alda Merini per descrivere il silenzio.

Chi sa ascoltare coglie il silenzio ovunque: infilato tra le pieghe della terra, tra l’erba ancora bagnata di rugiada, o tra i meandri della notte, tra i boschi e le valli, tra i lembi di spiaggia lambiti da placide onde, tra le piazze e i paesi quando arriva la controra, quando nessuno parla e tutto esiste senza il bisogno di spiegarsi. 

I metaracconti

Fratelli Buttazzo

Venerdì 16 gennaio 2026: partenza alla volta di S. Cesario di Lecce, una delle tappe operative del progetto intitolato Silent Salento.

La strada si snoda sotto le ruote, incorniciata da una distesa verde e pianeggiante, inframmezzata da ulivi e pini che accompagnano lo scandire del tempo sull’asfalto trafficato, sebbene sia mattino. Un cielo “imbronciato”, a causa del sole non ancora convinto a dissipare la nebbia e il sottile strato di nubi, ospita un silenzio metaforico che fluisce e avvolge le nostre menti.

Come richiamo di questa sensazione, la visione di una serie di piccioni in fila indiana, appollaiati sul cornicione del ponte di cemento che compare ai nostri occhi, rendono reale e concreta la sensazione interiore. Hanno collo e becco nascosti tra il piumaggio di un’ala, la quale li avvolge e isola dal resto del mondo.

Quando giungiamo a casa Buttazzo il cielo si è fatto terso, intervallato di tanto in tanto da qualche nuvola passeggera.

Varchiamo il portone con discrezione e calma, con l’intento di non riempire e straripare con la nostra presenza, lo spazio messoci a disposizione. Un prato ospita alberi di mandarini e limoni, e anche qualche elemento non ancora assurto e assemblato a dignità d’arte da Maurizio Buttazzo.

È l’atmosfera ideale che rende piú facile lo scatto di Simona, Vanessa, Anna e Georgiy, il cui intento è quello di catturare immagini avvolte dalla luce diretta, in grado di restituire un gioco di luci e ombre nette.

In contrapposizione, Giulio rincorre il ritmo lento del montato, le cui immagini sono permeate da una luce soffusa, che raccoglie ed espande il racconto di Renzo Buttazzo all’interno del suo laboratorio, scultore e abile assemblatore di pietra leccese.

Desi, Daniele e Gianluca, hanno “restituito” con il loro backstage, punti prospettici suggestivi e creato un senso di contesto e intimità – avvalendosi di inquadrature nelle inquadrature (framing) mentre la fotocamera del telefono, spia la scena attraverso le fessure naturali dell’opera, simbolo d’arredo, del manto erboso che circonda la dimora.

Tutto fluisce in maniera lenta e consapevole: ogni scelta, posizione, ripresa o scatto scelto, hanno “rincorso” il concetto manifesto del progetto.

Quando lasciamo casa Buttazzo, siamo soddisfatti e pregni di bellezza emotiva.   

Palazzo Comi – Casa Museo

I TESORI DI CARTA. Cronaca di un restauro reciproco

Nel nostro percorso alla scoperta della terra salentina, siamo passati dalle visioni artistiche alla densità della cultura letteraria. Le porte di Palazzo Comi si sono aperte per noi non solo come biblioteca, ma come una “casa-museo” dove la vita del poeta Girolamo Comi pulsa ancora tra le mura che hanno visto nascere l’Accademia Salentina e le “Edizioni dell’albero”.

Attraversando le sale, abbiamo compreso che questo luogo non è un freddo archivio, ma il risultato di una “folgorazione” poetica nata nei primi del ‘900 a Parigi e riportata a Lucugnano nel 1948 con un’idea utopistica: unire l’industria degli oleifici salentini al nutrimento spirituale dell’Accademia. La nostra attrezzatura ha catturato la presenza di oggetti carichi di storia: macchine da scrivere, vinili e, soprattutto, quelli che abbiamo definito “tesori di carta”.

Particolarmente suggestivo è lo studio privato, dove Girolamo custodiva la sua biblioteca. Qui i libri non seguono un ordine scientifico, ma il ritmo delle abitudini del poeta: i volumi più vicini alla scrivania sono quelli di “maggior uso”, mentre quelli lontani sono quelli già studiati. 
Abbiamo sfogliato (con la dovuta cautela) edizioni francesi di letteratura mondiale e ammirato le “coperte mute”, dorsi rivestiti in tela o carta per proteggere rarità come le cinque edizioni superstiti de I fiori del male di Baudelaire, sopravvissute alle vicissitudini economiche che un tempo costrinsero il poeta a privarsi dei suoi beni persino per mangiare.

Nel grande Salone dell’Accademia, abbiamo immaginato i convivi che vi si tenevano sul finire degli anni ’40, dove tra fumi di sigarette e “buon vino”, intellettuali come Maria Corti discutevano di poesia internazionale. Abbiamo sorriso scoprendo il lato “puntiglioso e ironico” di Comi, capace di definire una giovane Alda Merini una “piccola pasticciona” e “approssimativa ignorante” nei suoi commenti a margine.

Ma il racconto di Palazzo Comi è anche una storia di resistenza. Abbiamo incontrato la figura di Tina Lambrini, “angelo custode” e poi moglie del poeta, che si oppose strenuamente al trasferimento dei libri a Lecce, scrivendo che “togliere i libri da Palazzo Comi sarebbe come togliere il cuore da un corpo umano”. Questa stessa passione ha animato i cittadini che, nel 2014, hanno occupato pacificamente il palazzo per sottrarlo a una speculazione privata, trasformando una battaglia legale in un atto di amore collettivo.

Come futuri storyteller, questa tappa ci insegna che non stiamo solo documentando un passato: stiamo testimoniando un “restauro reciproco”. Non sono stati solo i cittadini a salvare il Palazzo, ma è il Palazzo che “ha salvato una comunità”, permettendole di ricostruire il proprio senso di appartenenza.

Raccontare Palazzo Comi oggi significa ignorare le tendenze superficiali dei media per dare voce a un welfare di comunità che continua, ancora oggi, attraverso borse di studio finanziate proprio dagli attuali proprietari di quegli “Oleifici Salentini” sognati da Comi. È un invito a essere orgogliosi della nostra consapevolezza, usando il passato per forgiare un futuro in cui la cultura sia, come per il Barone di Lucugnano, un gesto di generosa “follia” verso il prossimo.   

Campo dei Giganti

Un silenzio che sussurrando fa rumore

C’è un Salento che non finisce nelle brochure patinate, quello che non profuma di frittura e non suona a ritmo di tamburelli. È un Salento che sussurra, che resiste tra le crepe di una terra ferita e che noi, come futuri Digital Storyteller dell’ITS Puglia, siamo andati a cercare.

La nostra meta? Il Campo dei Giganti. Ad accoglierci c’era Ulderico Tramacere, l’anima di questo progetto che è, prima di tutto, un atto d’amore e di ribellione civile.

Appena arrivati, Ulderico ci ha lanciato una sfida: Cercate di diventare gli occhi che guardano un luogo con sentimento, non solo con un approccio analitico.” Per noi, abituati a ragionare in pixel e metriche, è stato un invito a rallentare.

Mentre i nostri droni ronzavano sopra gli alberi secolari, ci siamo accorti che il silenzio di quel campo non è vuoto. È un silenzio denso, fatto di vento che muove rami superstiti e di una memoria che non vuole sbiadire. È la risposta al caos della movida, un’esperienza riflessiva dove — come dice Ulderico — il racconto non è mai neutro. Scegliere di raccontare questo luogo significa prendersi la responsabilità di dare voce a ciò che è necessario, riempiendo un vuoto narrativo che spesso trasforma il silenzio in rumore.

Il backstage di una visita così non è fatto solo di concetti alti, ma di persone. Come Carlo, un vicino di campo che è la memoria storica di queste terre. Ci ha raccontato di quando queste campagne erano un unico polmone verde, di quando si raccoglievano le olive all’ombra di giganti che oggi lottano contro la Xylella.

Vederlo arrivare con il suo succo di fico d’India artigianale (prodotto dai suoi sei ettari lì vicino) e offrirlo alla classe è stato il momento in cui la teoria è diventata vita. Carlo si è innamorato di sua moglie proprio tra questi alberi, durante la raccolta. Per lui, vedere noi giovani lì non è solo una visita didattica; è la prova che quel campo ha ancora un futuro.

Camminando tra i lotti della riforma agraria, abbiamo scoperto le installazioni che punteggiano il campo:

  • Il Cartomastodonte: Un’opera monumentale fatta di 35.000 libri destinati al macero, che ora riposano sulla terra, diventando parte del paesaggio.
  • Le 6.000 farfalle: Un’installazione in ceramica faiance (quella degli antichi egizi) che collega gli alberi, come se volessero sollevarli e portarli via dal loro destino.
  • Lu laureggio: Un olivo dalle forme antropomorfe, sopravvissuto a un incendio e ribattezzato con il nome dello spirito burlone del folklore locale.
  • La Biblioteca-Pullman: Una Fiat Menarini del ’75, lo stesso anno di nascita di Ulderico. Un vecchio bus che portava gli operai all’Italsider, ora recuperato e trasformato in un rifugio per l’inverno, un museo di oggetti ritrovati e, presto, una biblioteca.

Siamo venuti al Campo dei Giganti per imparare che il Digital Storytelling non è solo tecnica, ma scelta. Ulderico ci ha mostrato che si può fare cultura anche dove sembra rimasto solo il carbone degli incendi o il seccume della Xylella.

Il Campo dei Giganti non è un cimitero di alberi; è un teatro sotto le stelle, un luogo di aperitivi sociali e di “resistenza verde”. Torniamo in aula con una lezione fondamentale: prima di accendere la telecamera, bisogna imparare a stare in relazione con i luoghi. Solo così il racconto smette di essere di facciata e diventa verità.

Nota di backstage: Se passate dal campo, cercate Ulderico vicino al pullman verde. E se incontrate Carlo, assaggiate il suo succo di fico d’India. Ne vale la pena.