Esiste una ricchezza che non brilla dell’oro delle cupole barocche, né si lascia levigare come la celebre pietra leccese. È una ricchezza che vive nelle pieghe del Salento più profondo, quello che assomiglia a una scatola cinese: più scavi, più si fa piccola, più diventa immensa. Qui, dove il sole picchia forte sulle dimenticanze del mondo, si muove Maurizio Buttazzo.

Definirlo artista è un termine che lui stesso maneggia con la cura di chi teme di rompere qualcosa di fragile. Nelle sue mani, il rifiuto smette di essere fine e diventa inizio.

Entrare nella sua casa-laboratorio è come varcare la soglia di un teatro sperimentale permanente. Non sai dove poggiare gli occhi: sei circondato da quinte luminose e da lampade che un tempo erano tappi di plastica.

Il suo viaggio comincia da lontano, nel 1984, con una macchina fotografica al collo. Già allora, l’obiettivo di Maurizio non cercava la cartolina perfetta, ma la verità delle brutture umane, quegli scatti unici che negli anni ’90 avrebbero documentato il dolore e la speranza dei primi sbarchi albanesi, la fatica degli antichi mestieri ormai scomparsi come i pescatori che utilizzavano le lampare per attirare i pesci di notte, i manutentori dei binari delle ferrovie della Sud Est e la fotografia dei rifiuti abbandonati tra le assolate strade salentine. Da quel realismo crudo è nata una visione: se l’uomo sporca il mondo, l’uomo può anche curarlo.

Un’etica della cura

Per Maurizio, il paesaggio non è un concetto astratto, un orizzonte da ammirare da lontano. Il paesaggio è l’uomo stesso. Siamo noi a comporlo, a ferirlo o a medicarlo col nostro passaggio. In un mondo che corre verso il consumo frenetico, la sua è una forma di resistenza ironica e civile.

“Tra le brutture si trova la vita” sembra suggerire ogni suo assemblaggio. “La bellezza, oggi, è avere rispetto. È avere cura.”

Lo vedi muoversi tra i suoi oggetti in attesa, una gatta scura che gli danza tra i piedi, mentre sorseggia un caffè. 

Il silenzio come ascolto

Quando gli chiedi cosa sia il silenzio, non ti risponde parlando di assenza di rumore. Per lui, il silenzio è una forma di ascolto. È la capacità di tendere l’orecchio verso un oggetto muto, una vecchia sedia o un rottame di ferro, e sentire la storia che ha ancora voglia di raccontare.

Maurizio Buttazzo non crea semplicemente oggetti di design; egli cuce insieme i frammenti di una modernità sfilacciata, ricordandoci che nulla muore davvero se c’è qualcuno capace di guardarlo con amore, ironia e, soprattutto, con il coraggio di restare a guardare dove gli altri voltano le spalle.